E’ giusto consumare più pesce?

Introduzione

E’ opinione ormai comune quella di considerare il pesce come un alimento sano, da preferire e sostituire alla carne e da consumare più volte a settimana, grazie soprattutto all’abbondante presenza di acidi grassi omega 3, benefici per la salute. Anche il consumo di pesce però, a differenza di ciò che si può pensare, è da limitare fortemente. Le fonti proteiche principali nella dieta dovrebbero essere sempre i legumi e non si dovrebbe fare affidamento sulle proteine animali.

Gli omega 3 nel pesce e nei vegetali

Gli omega 3 sono acidi grassi polinsaturi essenziali, che hanno come funzioni principali quella di partecipare alla formazione e al mantenimento delle membrane cellulari e quella di prevenire le malattie cardiovascolari. Anche se negli alimenti vegetali si trovano in quantità leggermente inferiori, esistono una serie di ragioni per cui è preferibile assumerli da tali alimenti, piuttosto che dal pesce.

Prima di tutto, non tutti i pesci presentano la stessa quantità di omega 3: tra quelli che ne contengono maggiormente si hanno i pesci più grassi, come il salmone, le aringhe, la ventresca. Ma la quantità di omega 3 si riduce notevolmente dopo la cottura. Se ad esempio consideriamo il salmone notiamo che al naturale contiene in 100g un massimo di 2,5 g di omega 3, ma da affumicato la quantità si riduce a 0,5 g. Alcuni studi mostrano addirittura come gli omega 3 scaldati a 170-200 °C  si possano trasformare in grassi trans, decisamente nocivi per la salute, dopo soli 30 minuti di cottura. Se poi il pesce viene fritto a 250 °C i minuti necessari per questa trasformazione sono ancora inferiori. Moltissimi piatti a base di pesce, quindi, perdono il loro valore nutrizionale proprio a causa della loro preparazione.

Gli omega 3 nel regno vegetale, invece, si trovano in alimenti che possono essere consumati così come sono, senza bisogno di cottura. Buone fonti di omega 3 sono le noci, le mandorle e la frutta secca in generale, i semi di lino e l’olio da essi ricavato, il germe di grano, le verdure a foglia verde ( come spinaci, broccoli, cavolo e lattuga ), i legumi, in particolare la soia e gli alimenti da essa ricavati, come il tofu e le alghe. Una dieta ricca di questi alimenti comporta tutti i benefici riconducibili agli acidi grassi omega 3, senza gli effetti collaterali negativi associati al consumo di pesce.

Altre problematiche del consumo di pesce

Diversi studi, più o meno recenti, hanno dimostrato che la maggior parte del pesce contiene livelli pericolosamente alti di mercurio: l’esposizione a questo metallo ha gravi conseguenze per la salute, tra cui un aumento del rischio di cancro, di malattie cardiache, di malattia di Parkinson e di diabete. L’assunzione di bifenilipoliclorurati e di diossina, inoltre, è stata correlata a problemi neurologici e a difetti alla nascita nei bambini le cui madri sono state esposte a tali sostanze. La Commissione Europea, già nel 2004, raccomandò di limitare il consumo di pesce per minimizzare il pericolo del mercurio, in particolare per alcune categorie come donne incinte, donne che allattano e bambini. Queste sostanze sostanze tossiche si trovano in particolare nei pesci più grandi e con maggiore contenuto di grasso, come salmone, tonno e pesce spada, proprio alcuni di quelli che si raccomandano per la loro quantità di omega 3. E’ chiaro, quindi, che i rischi superano i benefici.

Un altro problema che non possiamo ignorare è quello della pesca: negli ultimi decenni la pesca indiscriminata ha portato all’estinzione di innumerevoli specie marine, oltre che ad un generale impoverimento dei mari. Questo, oltre ad essere un terribile danno ambientale, ha anche conseguenze sulla nostra salute, perchè aumenta la pesca di frodo, molto diffusa per specie come il tonno, che può essere quindi venduto in cattivo stato di conservazione, mascherato attraverso l’uso di sostanze chimiche che ravvivano la colorazione del prodotto. Il pesce avariato contiene grandi quantità di istamina che, se ingerita, può causare cefalea, nausea, vomito, diarrea, tachicardia ed eruzioni cutanee, oltre che allergie importanti nei soggetti predisposti.

Proprio a causa dell’impoverimento dei mari, oggi la maggior parte del pesce venduto nei negozi è di allevamento, in particolare per specie come orate o branzini o salmone. L’acquacoltura è a tutti gli effetti un allevamento intensivo, dove gli animali sono costretti a vivere in spazi molto ristretti, nello sporco, e alimentati con abbondanti dosi di antibiotici, per prevenire le epidemie molto comuni a causa delle pessime condizioni igieniche.

Il consumo di pesce pescato non ha comunque molti aspetti positivi: questa pratica miete molte più vittime di quelle che poi finiscono sulle tavole. Infatti, di tutto il pesce catturato ogni anno, il 40% non viene venduto, perchè troppo piccolo o di specie non adatte alla vendita, considerato quindi come uno scarto. E in questo “scarto” sono compresi anche tutti gli animali marini che rimangono erroneamente intrappolati nelle reti da pesca, come tartarughe, delfini, foche, balene, uccelli.

Infine, un altro terribile problema legato alla pesca, è quello della plastica negli oceani: la grande maggioranza dei rifiuti plastici presenti negli oceani sono proprio le reti da pesca, che vengono perse o abbandonate dai pescherecci e finiscono per uccidere la fauna marina. Si è stimato che ogni anno vengono lasciate negli mari 640.000 tonnellate di reti da pesca.

Dovrebbe farci molto riflettere sapere che nel 2050, nel mare, ci sarà più plastica che pesce.

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